John Florio, The Man who was Shakespeare
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“As for me, for it is I, and I am an Englishman in Italiane”  
John Florio, Second Frutes, To the Reader.  

>> Fifteen Reasons
for John Florio,
The Man Who Invented Shakespeare


>> Quindici Ragioni
per John Florio,
L’uomo che ha
inventato Shakespeare


>> Florio As Seen By Scholars : 1921-2007

>> Author matters

>> In pursuit of meaning

>> A world of words

>> Florio’s words, Shakespeare’s words

>> Chapter 7: (excerpt)
The Translation of Montaigne’s Essais


>> Chapter 8: (excerpt)
Language, Style,
And Euphuism


>> Chapter 17: (excerpt)
The Spirit and The Land
of Italy


>> L’Italia e Florio

>> John Florio
and His Entourage


>> The Testament
of John Florio


>> Florio’s works

 
Florio - Shakespeare
L’Italia e Florio

Il rapporto intrattenuto con i due Florio, ma soprattutto con John Florio, dagli universitari italiani anzi, dall’intera cultura nazionale, meriterebbe un libro. Per dirlo con un’espressiva formula popolare, credo che oggi  la cultura italiana farebbe “carte false”, per mantenere uno Shakespeare britannico! Come è mai possibile un tale paradosso, si chiederanno tutti i lettori non italiani, appartenenti a culture nazionali “normali”. La questione è complessa e anche contorta ma cercherò comunque di farmi capire.
Gli accademici italiani “seri” si sono ben guardati, dall’Ottocento in poi, dal sostenere qualsiasi storia sulle origini italiane di Shakespeare temendo che una simile tesi li avrebbe resi ridicoli agli occhi dei colleghi delle prestigiose università inglesi e americane. Così i nostri professori, non solo hanno respinto sdegnosamente, con zelo superiore a quello dei britannici, le eventuali candidature italiche al ruolo di Bardo, ma sono arrivati a minimizzare anche l’influenza della cultura e della lingua italiane su Shakespeare e a snobbare totalmente John Florio eliminandolo dall’orizzonte dei loro studi. L’ultimo, a quanto mi risulta, è Alessandro Arcangeli, specialista di danza e passatempi rinascimentali che in un articolo del 2005 pubblicato in Francia, scrive 

    Si des suggestions plus ou moins récentes, disant que Florio a été le vrai auteur du théâtre de Shakespeare, peuvent prêter à sourire, et même si la fréquentation personnelle entre les deux peut être raisonnablement imaginée mais n’est pas explicitement documentée, et même si l’identification de Florio comme étant la personne dont s’inspirent certains des personnages shakespeariens n’a pas convaincu grand monde, il reste attesté que Shakespeare utilisa de façon récurrente des passages tirés des écrits de Florio.

La tradizione continua, dunque. Quel lessicografo spaccone d’origine italiana che era John Florio NON può essere Shakespeare! Se il terrore di passare per accattoni nazionalisti è stato certo una ragione importante per far dimenticare Florio, tuttavia ci sono altri motivi che rimandano, questi, ai meandri dell’ italica psiche. Al di là del motivo forse più forte, appunto l’ossequioso, colonizzato allineamento con il credo delle università anglosassoni che hanno etichettato John Florio come talentuoso lessicografo, un pedante Oloferne a cui il Bardo si è vagamente ispirato e basta, bisogna dire anche che gli universitari italiani non hanno mai avuto simpatia per questo strano italiano. Giovanni Florio infatti, è figlio di esuli, come dire profughi, sfollati, terremotati, emigranti, e chi emigra, ossia chi lascia l’Italia, non importa se quasi cinque secoli fa, si espone a una duplice e contraddittoria reazione critica e emotiva. Da una parte c’è la condanna morale rivolta a chi abbandona la patria, dall’altra c’è l’invidia per chi ce l’ha fatta a staccarsi, a liberarsi da una condizione ritenuta, allora come oggi, penosa. Se poi l’emigrato appartiene, come i Florio, alla minoranza  di coloro che all’estero si sono illustrati per le doti dello spirito, allora l’oblio è una quasi certezza. John Florio, anche prima di rivelarsi come l’autore delle opere di Shakespeare, era già percepito come un emigrante diverso, atipico, uno che aveva già tutto per non piacere agli italiani: non solo non era cattolico ­– dove cattolico vuol dire anche accomodante, portato al compromesso, trasformista ­–  ma era anti-cattolico, protestante antipapista, figlio di uno perseguitato dall’Inquisizione di origine ebraica che invece di farsi spedire al rogo come Giordano Bruno, si era rifugiato in Inghilterra e ci era rimasto. John Florio avendo vissuto tutta la sua vita lontano dal commercio con gli italiani, arriva a pubblicare nel 1611 un dizionario che contiene 74000 parole italiane raccolte in una quantità di variegatissima letteratura, dai classici del Trecento a tutto il Cinquecento, ma anche in opere scientifiche, tecniche, gastronomiche e militari! Un exploit geniale, di una modernità sorprendente, un risultato superiore al dizionario della Crusca che deve aver lasciato gialli di invidia i dotti italiani per quattro secoli! Tutto questo spiegherebbe bene l’ antipatia che si è guadagnato in Italia. Se si pensa poi che è stato quest’emigrante a tradurre per primo in inglese gli Essais di Montaigne e, se non bastasse, a dare agli inglesi la prima traduzione integrale del Decamerone, allora si capisce come tanta virtù gli sia valsa l’oblio! In quattro secoli nessuno, in Italia, ha scritto una monografia su di lui, quasi nessun saggio, né articoli importanti se si esclude quello di Spampanato nel 1923. E poi non esiste in Italia un premio di traduzione che porti il suo nome; né l’Istituto italiano di cultura di Londra gli è stato intitolato; né tanto meno è stata eretta una sua statua in qualche luogo significativo della capitale britannica o in una città italiana. Anche in occasione della ripresa di interesse e curiosità su John Florio nel 2005, sono studiosi stranieri, un tedesco, un americano e un inglese a riaprire il discorso mentre gli italiani continuano a tenersi, tradizionalmente, a distanza di sicurezza.

Che ora poi questo scomodo emigrante diventi Shakespeare è assolutamente intollerabile. Un problema in più, un’ immensa, imbarazzante eredità che richiederà un’autocritica e una celebrazione che nessuno avrà voglia di compiere. Gli italiani non amano le riforme e tanto meno le rivoluzioni e, ne sono convinto, la maggioranza di loro, a parte gli sfegatati, nostalgici nemici della “perfida Albione”,  pensa che sarebbe stato meglio che tutto fosse restato come prima.
 
Shakespeare?
È il nome d’arte di John Florio
di Lamberto Tassinari
Giano Books
378 pagine
$ 20.00

(Edizione in italiano)
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